Descrizione del territorio

La cronaca del collegio dei gesuiti di Gorizia inizia con una descrizione della città e del territorio circostante.

(1615) Gorizia, soggetta ai duchi d'Austria, è capitale e metropoli della regione […] bagnata dal mare Austro che per 20 mila passi guarda ai Monti Carnici, estendendosi in larghezza per 15 mila. La sua lunghezza è in verità tale da farle toccare Aquileia, celebre per le memorie del suo passato nonché per le prove che vittoriosamente i santi vi sostennero, e da farla confinare coi i Carni avendo le Alpi stesse a grandissima distanza. Anche se viene chiamata oppidum, Gorizia merita il nome di città e per il gran numero di nobili e cittadini che la abitano, e per le merci che vi circolano da ogni parte, con grande vantaggio del territorio.
Offre questa regione, denominata altresì Contea di Gorizia, sia gran numero di vini generosissimii, olio, frumento, animali, sia tutto quanto si può desiderare per il vitto, dal necessario alle delizie. Non le mancano il verde dei prati, la generosità dei campi, la ridente feracità dei colli e la perennità dei fiumi – Isonzo, Vipacco e Timavo: tutti  assai pescosi – o delle fonti. L’aria stessa è alquanto salutare, la gente è d’indole valorosa e di mente sveglia e ricettiva, cosicché non è senza ragione che ai nostri è nata l’idea di portare un collegio in questi luoghi.

[Traduzione da Historia Collegii Goritiensis I, cc. 2r-2v.]

 

 

LA CONTEA DI GORIZIA NEL SEICENTO. 

All'inizio del Seicento la contea di Gorizia e il capitanato di Gradisca (giuridicamente separati, sia pur contigui) formavano un singolare territorio di frontiera. Insieme a Trieste e la Carniola costituivano la fascia meridionale dell'Austria Interna, all'interno della quale ciascun territorio aveva un proprio governo, proprie leggi, proprie dogane. Per chi si inoltrasse fuori da Gorizia verso il Carso, lungo la strada del Vallone, aperta nel secolo precedente, circa a una ventina di chilometri trovava il castello dei signori di Duino, appartenente sotto il profilo amministrativo al ducato di Carniola; poco più in là il territorio di Trieste, soggetta direttamente agli Asburgo. Subito dopo, Muggia e Capodistria erano invece dominio veneziano, come l'Istria costiera, Monfalcone e il suo distretto, e - a occidente - il Friuli.

La sovrapposizione e variabilità dei confini fu sempre la caratteristica fondamentale del territorio goriziano, a partire dal 1001, anno in cui il diploma ravennate dell'imperatore Ottone III del 28 aprile 1001 concesse al patriarca di Aquileia metà delle terre che si estendevano tra l'Isonzo, il Vipacco e l'altipiano di Tarnova, destinando pochi mesi più tardi l'altra metà al conte del Friuli. Iniziava così una secolare contrapposizione tra i patriarchi e i signori germanici, di diversi casati, che ebbero il possesso di Gorizia: fin quando poté avere il sopravvento, la dinastia dominante nella contea, già insediata a nord delle Alpi, andò progressivamente allargando le proprie pertinenze nella pianura friulana arrivando al Tagliamento. Non fu però mai in grado di dare continuità territoriale ai propri domini, che del resto deteneva a vario titolo: patrimonio diretto in molti casi, ma anche beni feudali concessi - spesso controvoglia - da patriarchi sconfitti o indeboliti o direttamente dagli imperatori germanici.

A partire dalla seconda metà del Duecento il territorio goriziano fu essenzialmente costituito dalle valli dell'Isonzo e del Vipacco, dalle alture del Collio e del Carso e da una porzione assai discontinua della pianura (Bassa) friulana. Per il secolo XIV l'elenco delle località in esso comprese appare abbastanza sicuro, anche se il controllo su di esse appariva tutt'altro che assodato. A sud Duino era di fatto indipendente (seppur con legami di vassallaggio). Monfalcone e le località della Bassa, da Cervignano a Marano e Palazzolo, nel 1349 avevano stretto una lega per salvaguardare i diritti del patriarca: Gorizia mancava perciò di uno sbocco al mare che non fosse la lontana Latisana, separata dal corpo principale dei suoi domini. Nell'alta valle dell'Isonzo il distretto di Tolmino, con la conca di Plezzo a esso collegata, ancora a metà del Trecento era conteso tra il patriarca Ludovico Della Torre e il conte Mainardo VII; non è neppure ben chiaro chi alla fine prevalesse, per la consueta sovrapposizione di pertinenze e forme di dominio, rese ancor più complesse dai diritti spettanti al capitolo e anche alla città di Cividale.

All'interno della contea sorgevano inoltre estese proprietà ecclesiastiche, i cui detentori mantenevano la propria sede al di là dei suoi confini: in particolare i capitoli di Aquileia e di Cividale, le monache benedettine di Aquileia, l'abbazia di Rosazzo. Erano istituzioni antiche e consolidate, spesso dotate di veri e propri diritti signorili, il cui esercizio si giustapponeva all'autorità comitale, limitandone le competenze. La conquista veneziana del Patriarcato, a partire dal 1420, diede maggiore compattezza alla parte più orientale del Friuli. Il territorio della contea fu così limitato alla riva sinistra dell'Isonzo, con l'eccezione importante di Cormons e del Collio; ma anche sulla riva sinistra restava a Venezia tutta la pianura da Fogliano a Monfalcone. Più a monte il confine correva lungo il Carso, ai piedi del San Michele: probabilmente in quella stretta fascia di terra più che dagli uomini era fissato dal corso irregolare e capriccioso del fiume.

Altre località sparse nella pianura friulana rimasero sotto Gorizia, non in forma di dominio diretto, bensì come feudi, già patriarcali, ora di Venezia.

Nella seconda metà del Quattrocento le scorrerie dei Turchi imposero una più forte presenza veneziana sull'Isonzo: ne fecero le spese gli stessi abitanti di Cormons e del Collio, la cui inclusione nella contea pure non era messa in dubbio, che furono tenuti a pagar tasse e compiere prestazioni forzate, e forse anche a prender le armi al servizio della Repubblica. Tra il 1473 e il 1481 i luogotenenti veneziani costruirono la fortezza sull'Isonzo a ridosso della località di Gradisca, con la stessa funzione di chiudere l'accesso da oriente alla pianura che in passato aveva avuto il castello di Farra. Il conte Leonardo protestò invano per questa nuova violazione dei diritti goriziani in questa zona.

Nell'ultimo decennio del secolo tuttavia la situazione cambiò bruscamente: Massimiliano d'Asburgo, imperatore dal 1493, manifestò subito grandi ambizioni internazionali. Voleva restaurare la potenza imperiale nell'Italia Settentrionale: una delle prime mosse in questa direzione fu il rinnovo dei patti dinastici con la casa goriziana, che lo ponevano come legittimo successore del conte Leonardo. Alla morte di quest'ultimo (Lienz, 12 aprile 1500) gli inviati di Massimiliano non incontrarono alcun ostacolo nel prender possesso del territorio goriziano. In quel periodo cominciavano ad apparire evidenti i limiti della potenza veneziana in terraferma. Di questo tentò di approfittare il sovrano asburgico, ma il suo primo tentativo di far breccia nel territorio veneto fu rintuzzato; Venezia anzi riuscì ad occupare nella primavera del 1508, oltre Gorizia, Trieste, Fiume e l'Istria austriaca. Gli eventi successivi alla costituzione della lega di Cambrai portarono ad un rovesciamento della situazione: sconfitti il 14 maggio 1509 nella battaglia della Ghiaradadda (Agnadello) i Veneziani persero quasi tutti i loro possessi di terraferma. Ai primi di giugno, dopo tredici mesi d'occupazione, dovettero sgombrare Gorizia. In Friuli e nel Goriziano la guerra tra i Veneziani e gli Austriaci si protrasse comunque sino all'autunno del 1514. Gli eserciti che si fronteggiavano non avevano forze sufficienti per dare una svolta decisiva alle ostilità: in queste condizioni anche una singola comunità poteva giocare un ruolo autonomo e decisivo. Cominciarono i contadini di Plezzo, i quali, fuori dal teatro principale delle operazioni, fin dal 1508 avevano scacciato i presìdi veneziani, proclamandosi sudditi degli Asburgo in cambio di particolari franchigie. Nel corso del 1514 patti del genere diventarono sempre più frequenti; elaborate convenzioni posero progressivamente fine ai combattimenti, con la precisa intenzione di salvaguardare gli interessi locali, anche a scapito di quelli complessivi delle due parti in lotta.

Conclusosi il conflitto europeo nell'agosto 1516 con la pace di Noyon e cinque anni più tardi quello tra l'Impero e Venezia, le trattative di pace lasciarono irrisolta la questione dei confini Per lo più prevalse la situazione contingente in cui gli antagonisti si erano trovati nel settembre 1514 all'atto della tregua: in Friuli gli Asburgo perdevano Pordenone; i Veneziani dovevano tuttavia lasciare loro la fortezza di Gradisca, i distretti di Tolmino e di Cervignano, quasi tutte le località che i conti di Gorizia avevano posseduto un tempo nella Bassa, fino al Tagliamento (l'unica eccezione notevole fu Latisana). La continuità territoriale risultava ancor più compromessa che nel Medioevo: la perdita di Cervignano e Aquileia isolava per via di terra Monfalcone dagli altri domini veneziani, ma non meno di dieci erano le enclave austriache in Friuli, minuscole come Nebula, Dolegna e Albana nel Collio, o di notevoli proporzioni come la giurisdizione di Castello e il capitanato di Marano, che si estendevano da Gonars al mare. 

Dopo anni di trattative, neanche i lavori di una commissione arbitrale riunita a Trento dal 1533 al 1535 riuscirono a risolvere gli oltre cento punti di disaccordo rimasti insoluti. A parte la città di Aquileia, restituita al Patriarca come suo dominio temporale, l'Austria mantenne quasi tutte le località che aveva conquistato militarmente, fatti però salvi i diritti giurisdizionali dei capitoli e delle abbazie che avevano sede nel dominio veneto. Gli stessi diritti furono riconosciuti ai nobili friulani per i feudi che erano rimasti nella zona occupata dagli imperiali: i Gorgo a Villa Vicentina, i consorti di Zucco a Caporetto, e poi via via i Savorgnan a Zuins e Fornelli, i Mels ad Albana, i Colloredo a Jesernicco e Driolassa, i Frangipane a Castello e Porpetto, tanto per dire dei più importanti. La maggior parte delle nuove conquiste territoriali degli Asburgo si trovò così a dipendere in prima istanza da signori, ecclesiastici e laici, che erano sudditi di Venezia; non si manifestò invece il fenomeno inverso (feudatari austriaci in terra veneta).

Quando, tra il 1521 e il 1522, Carlo V e suo fratello Ferdinando si accordarono sulla divisione dell'eredità di Massimiliano I, ci furono serie incertezze sulla sorte delle regioni a ridosso del confine veneziano. In un primo tempo la lunga striscia di terre che andava dalla Val Pusteria a Fiume, comprendente anche Tolmino, Gorizia, Gradisca e Trieste, doveva rimanere sotto Carlo, per evidenti ragioni strategiche. Solo con gli accordi di Bruxelles, del 7 febbraio 1522, esse furono definitivamente assegnate a Ferdinando. Questo cambiamento fu sicuramente sollecitato da forze politiche locali, che non intendevano veder interrotti i legami che Gorizia e Trieste avevano ormai da tempo intrecciato con la Carniola e la Carinzia, loro naturale retroterra. Di lì a poco i territori, tradizionalmente goriziani, di Duino e di Vipacco furono annessi alla Carniola. Nel 1542-43 avvenne l'unica effettiva rettifica dei confini tra Venezia e gli Asburgo in Friuli attraverso due atti di forza. Agli inizi del 1542 un gruppo di avventurieri occupò la fortezza di Marano, cedendola l'anno seguente alla Serenissima. Nel 1543 Nicolò Della Torre, capitano di Gradisca, fece insediare un presidio austriaco ad Aquileia, ponendo fine al dominio temporale dei patriarchi sulla città, ripristinato solo da pochi anni. Da allora la località fu sottoposta al capitanato di Gradisca.

Fino al 1585 Venezia tentò di portare la frontiera all'Isonzo, proponendo in cambio di cedere all'Austria il Monfalconese e di pagare un cospicuo risarcimento in denaro. Ciò avrebbe però comportato da parte asburgica il sacrificio della fortezza di Gradisca, che ormai secondo la prospettiva goriziana rappresentava un baluardo irrinunciabile per la difesa della contea. Dopo oltre vent'anni di trattative e di commissioni bilaterali, protrattesi dal 1564 al 1585, gli interessi della periferia prevalsero su quelli del governo centrale: i tortuosi confini fissati a Worms nel 1521 non vennero toccati. La costruzione di Palmanova nel 1593 può essere considerata anche una risposta all'ostinazione e ai sentimenti anti-veneziani della nobiltà goriziana.

Giacomo d'Attems, che ricoprì la carica di capitano sino alla morte, nel 1590, diede al capitanato di Gradisca una fisionomia precisa, sottoponendo a esso, oltre alla fortezza, le ville di Farra, Villanova, Mossa, Ruda, San Nicolò di Levata (commenda dell'Ordine di Malta), Sant'Egidio, Fiumicello, Villa Vicentina, la gastaldia di Aiello (con Joannis, Tapogliano e Visco), la città di Aquileia; inoltre Monastero, San Martino, Terzo e Cervignano, tutte giurisdizioni delle Benedettine di Aquileia; Chiarisacco, con le località soggette, nonché Castello, Porpetto e ville annesse, giurisdizione dei Frangipane, e la Torre di Zuins con la villa di Fornelli, giurisdizione dei Savorgnan di Udine. Il territorio non era affatto compatto, in una zona già di per sé incredibilmente frammentata: escludeva, per esempio Medea, Mariano, Romans e Villesse, che separavano Gradisca dai villaggi più occidentali. Il capitanato avrebbe dovuto comprendere tutte le località acquistate dagli Asburgo nella guerra contro Venezia: ma certamente ci fu qualche aggiustamento, e del resto i confini erano incerti anche prima del conflitto. I giurisdicenti del territorio gradiscano, in buona parte sudditi veneti, facevano parte della Convocazione degli Stati Provinciali, insieme con la nobiltà goriziana.

Nel 1615 scoppiò la guerra con Venezia. La storiografia ha sempre attribuito molta importanza alla Guerra Gradiscana del 1615-1617: ma in effetti i venti mesi di combattimenti, per quanto devastanti per territorio e popolazioni, incisero assai poco sui destini della regione: la Guerra di Gradisca fu in fin dei conti un conflitto locale. Per un anno e mezzo la riva destra dell'Isonzo passò di mano, con l'eccezione di Gradisca, di Lucinico e del Collio; a Venezia di fu chi propose con convinzione il riacquisto di questo territorio, «ricco, populato, pieno di nobiltà, abbondante di artefici, copioso di forestieri, atto a sostiner il peso delle contributioni et a partorire mille importantissimi benefitii ... abbondantissimo di miniere et di pascoli, di olivi, di frutti, di canapi, e sopra tutto di preciosissimi vini».

La guerra di posizione, crudelissima e concentrata su un fronte ristretto, inferse ferite dure a guarire, e non solo sul piano economico. I Veneziani avevano trattato con estrema durezza la popolazione del capitanato: ci furono deportazioni in massa, distruzioni ed eccessi di ogni genere operati dai mercenari al loro servizio, tra i quali spiccavano i soldati olandesi del conte di Nassau, calvinisti e nemici accaniti della Casa d'Austria. Se in precedenza il confine, nella sua configurazione irrazionale, non aveva mai effettivamente separato gli abitanti dei due stati, uguali per lingua e per costumi, le vicende belliche fecero prevalere la coscienza della diversità e dell'appartenenza a due mondi diversi. Gli abitanti di Visco sentirono come stranieri quelli di Palmanova, e Terzo cominciò a litigare con Scodovacca, veneta e posta a monte, per il controllo delle acque, come Villesse con Fogliano e San Pier. Magari soltanto baruffe e dispetti di dirimpettai, perdurati però fino all'Ottocento. Nel sentimento popolare il Friuli austriaco, quello che ancor oggi celebra - non senza anacronismi - gli Asburgo e le loro ricorrenze, ha avuto origine in quel breve e drammatico giro di anni.

La pace di Madrid del 26 settembre 1617 confermò la situazione confinaria precedente. Si concluse così la serie dei conflitti tra Venezia e gli Asburgo: ci furono ancora momenti di tensione tra i due stati, ma in sostanza dal punto di vista militare per il confine austro-veneto da allora iniziò una lunga tranquillità. Nel 1621 il governo austriaco mostrò le sue buone intenzioni nominando capitano di Gradisca Antonio Rabatta, il figlio di quel Giuseppe Rabatta ucciso nel 1601 a Segna dagli Uscocchi, di cui erano state note le simpatie per la Serenissima. 

Gradisca venne ceduta agli inizi del 1647 al principe Giovanni Antonio di Eggenberg; questi in tal modo poté assurgere al rango di nobile immediato dell'Impero, suddito soltanto dell'imperatore, senza la dipendenza da un altro principe e membro della dieta imperiale. L'espediente giuridico fu di considerare il capitanato di Gradisca, con la città di Aquileia, un territorio immediato dell'Impero, elevandolo al rango di contea principesca (lo stesso titolo che spettava a Gorizia fin dal XV secolo). L'Eggenberg ne fu investito dietro il pagamento di 315.000 fiorini renani, di cui 200.000 in contanti subito versati. Un'operazione analoga riuscì nel 1699 a Leopoldo I con i Lichtenstein, e in effetti il minuscolo principato alpino che prese il loro nome sussiste ancora come stato indipendente.

Il confine della nuova contea a ovest seguiva il confine preesistente con il territorio veneto. Assai più complicata la linea di demarcazione con Gorizia, posta all'incirca all'altezza della Mainizza, fino alle pendici del Carso al di là dell'Isonzo. Alla sinistra del fiume Rubbia, alla destra Lucinico, San Lorenzo, Capriva, Moraro, Corona, Mariano, Medea rimanevano a Gorizia, fissandone il nuovo limite occidentale; Mossa però spettava a Gradisca, e in effetti già sotto i Veneziani la località dipendeva direttamente dalla fortezza.

Alla fine della Guerra dei Trent'Anni l'intera provincia attraversava una fase delicata di evoluzione, che stava trasformando sensibilmente la sua fisionomia. Gorizia scontava la sua collocazione marginale e i limiti, anche vistosi, della sua economia. Nel Cinquecento la contea aveva beneficiato della sua condizione di terra di frontiera e del ruolo eccezionale che alcuni suoi nobili avevano avuto nelle corti austriache. Gli Stati Provinciali per contro non erano mai ascesi al rango di organo di autogoverno vero e proprio, limitandosi per lo più a gestire l'imposizione fiscale, non di rado con i sotterfugi e le meschinità di chi vuole soprattutto eludere le tasse.

I nobili a Gorizia erano numerosi: una rilevazione del 1566 contò nel capoluogo 116 maschi adulti di tale ceto e 41 a Cormons. Le loro rendite erano peraltro molto diseguali: gran parte di essi discendeva da funzionari o militari al servizio dei Conti e non poteva contare su un patrimonio rilevante. Fino agli anni Settanta del Cinquecento nella contea c'erano due sole famiglie effettivamente titolate, entrambe d'origine forestiera: i tre rami dei conti Della Torre e i baroni Eck di Ungerspach, carniolini. Limitato anche il numero dei giurisdicenti: gli Edling, i Lantieri, gli Heiss di Khienburg (stiriani), gli Attems, gli Orzon e i Dornberg. Eppure in quell'epoca gli Stati Provinciali comprendevano già un centinaio di membri, inclusi quelli appartenenti allo stato ecclesiastico (24 tra parroci e rappresentanti di capitoli e abbazie) e i nobili residenti in territorio veneto.

Nella contea per lungo tempo non si può rilevare un preciso centro di potere: i vari capitani per mezzo secolo (fino a Giovanni Sforza di Porcia, nominato nel 1610) furono tutti pressoché assenti, i loro luogotenenti a volte figure incolori. Ebbero un ruolo importante quei nobili che potevano vantare un legame diretto con la corte, come Giacomo d'Attems, oppure i goriziani impegnati altrove in cariche di stato, che periodicamente venivano inviati in città a raddrizzare l'amministrazione o ad esigere il versamento di imposte arretrate: come Vito di Dornberg, ambasciatore imperiale a Venezia e a Roma, o Giovanni Kobenzl, ministro a Graz e plenipotenziario itinerante di imperatori e arciduchi. Per il resto Gorizia era in mano a consorterie nobiliari piuttosto inefficienti, assai mutevoli nelle alleanze e perennemente in lite tra di loro. I migliori elementi facevano carriera in altre province, oppure nell'esercito: questi servigi in genere erano ricompensati dai sovrani con un'adeguata ascesa di rango all'interno della contea, grazie alla concessione di titoli e di giurisdizioni. Abbastanza isolato rimane il caso dei Coronini, che all'inizio del Seicento furono promossi allo stato nobiliare soprattutto in virtù delle ingenti ricchezze accumulate nei commerci e di un'accorta politica matrimoniale.

Con la scomparsa nell'ultimo decennio del Cinquecento della vecchia classe dirigente (peraltro a volte assai longeva), la situazione interna di Gorizia andò sempre più configurandosi come una sorta di anarchia nobiliare, da cui ebbe origine una lunga faida tra il partito di Raimondo Della Torre ed alcune famiglie cormonesi, prolungatosi fin dopo la Guerra Gradiscana, con agguati e assassini. Intorno al 1620 nella contesa furono coinvolti gli stessi Stati Provinciali. I due partiti riuscirono a influenzare le aggregazioni di nuovi nobili, con veri e propri colpi di mano nelle votazioni: il risultato, nel giro di una decina di anni, fu che le famiglie rappresentate nella Convocazione, originariamente una quarantina, nel 1633 erano oltre ottanta. Il sistema goriziano rischiava di entrare in collasso, tanto che 1634 venne deciso di vietare per 25 anni nuove aggregazioni patrizie. La nobiltà goriziana uscì da questa fase oscura divisa e totalmente screditata.

Le aggregazioni sconsiderate degli anni Venti e Trenta avevano talmente indebolito la struttura degli Stati Provinciali, che per un certo periodo i più autorevoli cittadini di Gorizia intervennero numerosi alle diete della contea, e vi espressero il loro voto. L'abuso dovette durare a lungo, se ancora nel 1657 il regolamento della Convocazione prescriveva che i membri del Magistrato Civico non potessero votare individualmente nelle assemblee, limitandosi ad intervenirvi coll'unico voto spettante all'intero ufficio. Negli Stati Provinciali goriziani, dopo i primi confusi inizi dell'istituzione, cittadini e contadini non erano stati più rappresentati, come invece era previsto in gran parte dei territori austriaci, soprattutto per il ceto borghese. Nel corso del Seicento dovette manifestarsi una cauta evoluzione in tal senso, che non riuscì però mai a giungere ad un reale compimento

Nella seconda metà del Seicento la nobiltà più antica sembrò recuperare il suo prestigio originario almeno nella circostanza più solenne che la contea conobbe nella sua vita civile di tutto il secolo: la visita dell'imperatore Leopoldo I, dal 18 al 24 settembre 1660. Era la prima volta che un imperatore si recava nella città, a ricevere di persona il giuramento di fedeltà, vale a dire l'atto fondamentale del rapporto tra il sovrano e i sudditi. Era anche un segnale della pace europea ritrovata, e dei buoni rapporti ormai instaurati con la confinante repubblica di Venezia, i cui rappresentanti intervennero in forma ufficiale ai festeggiamenti. Per la nobiltà goriziana fu l'occasione per mettersi in mostra, rivelando però allo stesso tempo in rilievo la reale distribuzione del potere nella contea. Il capitano era un forestiero, Ernesto Federico di Herberstein, ma forestieri, ovvero non residenti nella contea, si potevano ormai considerare anche alcuni titolari delle più alte cariche ereditarie della provincia. Tra le famiglie iscritte alla nobiltà goriziana all'inizio del secolo, solo i Coronini ebbero una funzione di primo piano nelle cerimonie del 1660: Pietro Antonio Coronini-Cronberg supplì infatti il barone di Werdenberg, suo parente, nelle funzioni di conestabile ereditario, vale a dire di scudiero maggiore. Ormai solo il contatto diretto con la corte e le cariche di stato potevano determinare un effettivo rango di potere che andasse al di là dei maneggi della piccola politica locale. 

Tratto da: S. Cavazza - D. Porcedda, Le Contee di Gorizia e Gradisca al tempo di Marco d'Aviano, in Marco d'Aviano, Gorizia e Gradisca. Dai primi studi all'evangelizzazione dell'Europa, Fiume Veneto 1998, pp. 81-110 [modifiche di Silvano Cavazza]